DALLE LEGHE ‘BIANCHE’ ALLA CIL 

Trattare del sindacato nel quadro di una generale, vastissima riflessione sui ‘Cristiani d’Italia, vuol dire evocare una delle più significative esperienze indirizzate al miglioramento delle condizioni non solo economico-sociali ma anche culturali, civili e, latamente, politiche della società italiana condotte, per quanto concerne la collocazione nel tempo, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento. Un’esperienza fatta di idee e azioni ispirate, visibilmente ed esplicitamente prima, e implicite nelle loro manifestazioni poi, ai valori della fede cattolica, un’esperienza di uomini e donne, religiosi e laici, mossi dalla consapevolezza di appartenere a una realtà ecclesiale che richiedeva d’impegnare le proprie capacità per il bene di tutti, singoli e comunità.

Poche parole di avvio, solo per richiamare qualche specificità del tipo di esperienza di cui si parlerà: il sindacato, appunto, espressione della libera volontà dei lavoratori di associarsi a difesa dei propri interessi ma anche forza sociale chiamata a entrare in rapporto con le istituzioni, le forze politiche ed economiche e le altre forze sociali per contribuire alla formazione delle decisioni necessarie a far progredire sotto tutti i profili l’intera collettività nazionale, nel convincimento che «la classe politica […] non è […] la sola depositaria del destino» di quella collettività e che il sindacato «non è un semplice organismo di tutela di interessi ristretti di gruppo» ma un soggetto collettivo impegnato ad agire sul fondamento di «una visione globale degli interessi della società»1. 

Nel corso dell’Ottocento, in Italia e altrove, ad alleviare vecchie situazioni di bisogno e nuove ‘povertà’ emergenti in conseguenza dei grandi cambiamenti a noi noti come rivoluzione industriale, provvedevano, accanto alle strutture caritative della Chiesa e agli enti privati e pubblici, statali e non, le società di mutuo soccorso. E furono proprio queste a svolgere funzioni parasindacali, occupandosi di retribuzioni, di condizioni di lavoro, specie minorile e femminile, di durata del lavoro. 

Ma le società di mutuo soccorso e gli altri soggetti della stessa natura non potevano operare con efficacia perché troppo grandi erano le differenze fra la vecchia e la nuova economia e perché troppo radicale era il cambiamento nei rapporti fra i lavoratori e i datori di lavoro determinato dall’industrializzazione. 

L’esigenza di contrastare la tendenza a fissare le paghe al più basso livello possibile; a ‘costruire’ ambienti di lavoro adatti ai beni impiegati nel processo produttivo piuttosto che alle persone che, lavorando in quegli ambienti, passavano la maggior parte della loro vita; a rendere meno precaria l’occupazione e, quindi, a rendere meno facili i licenziamenti perché la disoccupazione significava, quasi sempre, miseria, era diventata permanente. E permanente era diventato il conflitto fra lavoratori e imprese, un conflitto che richiedeva di essere costantemente controllato e regolato, mentre il mutuo soccorso operava secondo una logica di puro intervento correttivo e di puro sostegno dei lavoratori ma ex post e, comunque, non nei confronti dell’impresa2. 

Le accennate trasformazioni stavano avvenendo nei diversi paesi in tempi diversi. In Italia, esse ebbero luogo verso la fine degli anni Settanta del XIX secolo. Le prime forme di lotta organizzata esercitate attraverso nuove forme associative si registrarono fra gli operai tessili del biellese e furono a guida prevalentemente socialista. Successivamente si estesero agli operai dello stesso settore in altre province e poi fra i lavoratori di altri settori produttivi, come i tipografi, i metallurgici, i ferrovieri e, quasi contemporaneamente, gli ‘agricoli’. Coinvolgendo questi ultimi, un’esperienza tipica del lavoro industriale si trasferì nella quasi immobile realtà contadina. In tal modo essa interessò i braccianti senza terra, i salariati delle grandi aziende agricole della Val Padana ma anche i mezzadri, i coloni, i piccoli affittuari che non erano propriamente lavoratori dipendenti ma che avevano, come questi, posizioni vitali da difendere e, diversamente da questi, problemi di conflitto con i proprietari fondiari e i loro intermediari, e con i conduttori dei fondi3. 

A questa fase di avvio dell’esperienza sindacale non furono estranei i cattolici. Anzi non va dimenticata, per motivazioni e contenuti dell’azione di tutela dei lavoratori e, in genere, delle classi popolari, l’originalità dell’operato delle congregazioni religiose maschili e femminili fondate nell’Ottocento in tutta Italia ma con prevalenza al Nord e in particolare in Lombardia4. Infatti, alle nuove finalità che esse si proponevano di conseguire – come «[l’]educazione delle bambine e delle ragazze, [la] cura dei malati a domicilio e negli ospedali, [l’]assistenza degli orfani, [la] cura dei sordomuti, [l’]assistenza a prostitute, pericolanti, carcerate, [le] cucine economiche» – si aggiunsero, «a mano a mano che si avanza nel secolo», l’istruzione professionale, le scuole di lavoro, le scuole serali, le colonie agricole5 ossia una serie di iniziative chiaramente orientate a favorire l’ingresso dei giovani in una realtà in progressiva, ancorché un po’ caotica, trasformazione. 

È vero però che, per spiegare le origini del sindacato ‘bianco’, occorre fare riferimento alla svolta costituita dalla nascita dell’Opera dei congressi e, del pari, al progressivo rafforzamento e sviluppo delle iniziative affidate alla sua II sezione, specialmente quando questa passò sotto la direzione di Stanislao Medolago Albani e poté attingere al pensiero di Giuseppe Toniolo

Non è questa l’occasione per richiamare una vicenda ampiamente conosciuta, ricostruita in modo approfondito da uno studioso indimenticato come don Angelo Gambasin6. Sappiamo che le esperienze più significative, accumulate anche per impulso diretto dell’organizzazione, a parte quelle legate al grande fenomeno delle migrazioni in Europa e nelle due Americhe, riguardavano la cooperazione, l’alfabetizzazione, l’istruzione professionale, l’assistenza alle giovani occupate nelle fabbriche tessili, l’organizzazione di uffici per il disbrigo delle pratiche burocratiche, sovente inaccessibili a una popolazione in gran parte analfabeta. Ma sappiamo anche che, ben presto, dalla II sezione dell’Opera vennero impulsi molto significativi per la creazione e lo sviluppo di strutture autenticamente sindacali e che la Rerum novarum vi contribuì non poco. 

La strada che portò all’emanazione della grande enciclica è nota, come altrettanto note sono del resto le molteplici ragioni che spiegano la decisione del papa di lanciare al mondo un grande segnale della volontà della Chiesa di intervenire con un documento organico sulla questione operaia, fatta coincidere con la questione sociale tout court. 

La dottrina di Leone XIII insegnava che una trasformazione dei rapporti economici e sociali che liberasse «l’infinita moltitudine dei proletari [da un] giogo poco meno che servile»7 sarebbe avvenuta solo sul fondamento di un’autentica conversione delle anime. D’altra parte, essa insegnava anche che esistevano gli strumenti concreti di quella trasformazione, che si chiamavano: cooperazione, istruzione, organizzazione, diffusione di associazioni «sia di soli operai sia miste di operai e padroni» che il papa vedeva «con piacere formarsi ovunque»8. 

Ora, nella sua espressione letterale, il richiamo alle unioni miste «di operai e padroni» esprimeva un’implicita preferenza per un tipo di associazione lontanissimo dalla concezione, ormai ampiamente consolidata e condivisa in Italia e altrove, del sindacato come organismo formato di soli lavoratori. Non di meno, collocare l’enciclica fra gli atti del magistero dei pontefici che molto hanno contribuito a integrare ulteriormente la Chiesa nella società italiana a tutti i livelli è giustificato dall’interpretazione che della medesima enciclica fu data. Nessun organizzatore di leghe, infatti, pensò mai di mischiare «operai e padroni» nelle strutture di base ma tutti, quando s’impegnarono nell’azione, diedero vita ad associazioni di soli lavoratori. 

Ne è buon esempio Filippo Meda, nel 1902, quando scriveva che «nessuno di noi dirà che si debba tornare alle leghe medievali. L’associazione dei lavoratori è un fatto utile e socialmente benefico, scuola di partecipazione al processo produttivo, mezzo ordinario per rappresentare ragioni e necessità. A essa corrisponde, per il padronato, un dovere di ascolto e di comprensione: perché abituare i lavoratori ad aspettarsi tutto dalla loro forza e a non confidare affatto nel comune senso di giustizia che impone insieme larghezza e freni?»9. 

Così come dell’indirizzo concreto assunto dal cattolicesimo sociale è manifestazione ancora più convincente la relazione svolta da Mario Chiri durante la Settimana sociale di Assisi del 1911, quando affermava che «le classi lavoratrici» sarebbero uscite dalla condizione di emarginazione nella quale erano collocate «solo per mezzo di forti organismi professionali». Solo attraverso questi ultimi, infatti, si sarebbe potuto «giungere ad una posizione di libertà, di parità di contratto di lavoro». In tal modo, assicurata «la difesa dei propri legittimi interessi», assunta «una sicura coscienza delle proprie responsabilità» e rispettati «i diritti delle altre classi [e] collaborando con esse al benessere comune», i lavoratori avrebbero occupato «quel ruolo che a loro spetta nella compagine sociale»10. Infine, Achille Grandi, uno dei massimi esponenti del sindacalismo ‘bianco’, offre un’ulteriore testimonianza di questa precisa attitudine. Al riguardo, egli scriveva: 

«[…] ricordo: era l’anno 1901. Un fremito, una parola sola correva da qualche tempo in tutta Italia vivificata dall’entusiasmo di anime ardenti e studiose. Era d’uopo scendere dal campo teorico nel campo pratico […]. Il programma era già tracciato dal Sommo [pontefice] Leone XIII, nell’immortale enciclica Rerum novarum sulla questione sociale […]. E sorsero molteplici nostre unioni professionali e leghe del lavoro»11. 

Del resto, Vincenzo Saba, nella sua biografia di Giulio Pastore, scrive, a proposito della questione sopra ricordata, che «colpisce la chiarezza e la semplicità con cui Pastore, interpretando la Rerum Novarum fuori da ogni accostamento scolastico, va subito al cuore del problema. L’enciclica leonina è innanzitutto la solenne affermazione “del diritto degli operai di riunirsi per la tutela e la difesa dei loro interessi”». E poi, rileva ancora Saba, Pastore vedeva espressa nell’enciclica «un’idea di giusta libertà per gli operai» i quali «attraverso le proprie associazioni riconosciute pari di forza e di dignità agli altri fatti della vita economica e sociale» e in piena autonomia rispetto allo Stato «agiscono per la tutela degli uomini del lavoro»12. 

Negli anni Novanta dell’Ottocento, l’irrobustimento della componente ‘industriale’ dell’apparato produttivo determinò l’allargamento e la relativa stabilizzazione dell’associazionismo di tipo autenticamente sindacale che si distinse sempre di più dalle altre forme tradizionali di aggregazione (mutuo soccorso e cooperazione). 

Tuttavia, in conseguenza del carattere fortemente disomogeneo del processo di industrializzazione e, soprattutto, della sua diseguale distribuzione sul territorio, il nerbo più consistente del nascente sindacato – ‘rosso’ o ‘bianco’ che fosse – fu costituito dalle ‘leghe’: organismi a base locale, formati da lavoratori di uno stesso ‘mestiere’ e portati ad agire in piena autonomia, anche perché, proprio per le ragioni già accennate, mancavano i presupposti per una direzione unitaria del movimento. 

Quello della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento era un sindacato con alcuni punti deboli, che andavano da un’azione improntata alla pura resistenza alla notevole ritrosia a pagare con la necessaria continuità le quote associative – circostanza, questa, che paralizzava ogni possibile, ancorché minima, iniziativa. Inoltre, era quello un sindacato che tendeva a limitare la propria azione «ad una preparazione di agitazioni e di lotte di conquista quasi mai caratterizzate da fine comune» sicché la sua «efficacia ai fini della vera e reale difesa dei contratti di lavoro e delle ingiustizie patite dai propri iscritti, è del tutto inadeguata»13. 

Si trattava però di una situazione destinata a mutare rapidamente, perché la diffusione dell’industrializzazione, anche se debole e squilibrata, determinava l’estensione del ‘sistema di fabbrica’ e di conseguenza accentuava l’esigenza di una qualche forma di guida e coordinamento delle ‘leghe’. 

Una prima risposta a una tale esigenza venne dalle Camere del lavoro (nel 1892 le prime, quelle di Milano e Piacenza), organismi che, ispirati al ‘modello’ francese, incorporavano sezioni rappresentative dei diversi mestieri in un dato territorio. Nate dal movimento socialista marxista, le Camere del lavoro erano soprattutto espressione dell’unità della classe operaia piuttosto che dei lavoratori occupati nei molteplici settori dell’economia, e di quell’unità rappresentarono, per lungo tempo, la dimensione territoriale. 

Una seconda risposta fu determinata dalla configurazione che il sistema di produzione e scambio, dell’industria soprattutto, stava assumendo, e che comportava la presenza, in una stessa unità produttiva, di numerosi, diversi e nuovi mestieri. Di conseguenza, il sindacato ‘doveva’ articolarsi in modo coerente con tale configurazione ossia per settore produttivo o ramo d’industria. Contemporaneamente stava emergendo la necessità di sostenere l’azione delle associazioni con un forte coordinamento, non solo per dar forza alle rivendicazioni ma anche per trovare una comune linea di azione a fronte di problemi comuni. Di qui il moltiplicarsi delle federazioni di categoria a base nazionale che si ponevano alla guida delle ‘leghe’, sparpagliate sul territorio e formate dai lavoratori occupati in uno stesso settore. 

Gli accenni ai caratteri del nascente sindacato lasciano intravedere un’organizzazione non unitaria ma plurale, anche se «preoccupazioni, analisi, programmi, forma dell’organizzazione erano in sostanza gli stessi»14. Non di meno si «marciava divisi» perché «il cemento delle opzioni sindacali […] era allora costituito più da elementi ideali che dalle spinte legate alle condizioni strutturali del paese [e] da un alto grado di soggettività non meccanicamente riducibile ai rapporti di produzione»15. Si trattava della diversa concezione generale dell’uomo e della società, dell’idea di una condizione di lotta permanente fra le classi costituenti la compagine sociale, dell’insieme dei diritti civili ed economici, del ruolo della religione e della sua temuta (o auspicata) influenza sui caratteri dell’azione sindacale. 

Va detto però chiaramente che concezioni tra loro incompatibili sul sindacato, sulle sue finalità e sui suoi metodi di lotta esistevano non solo tra cattolici e socialisti ma anche fra gli stessi socialisti, tra il sindacato ispirato alle idee di Rinaldo Rigola e Bruno Buozzi e quello di Enrico Ferri Arturo Labriola, e tra tutti questi e i soreliani16. 

Non è difficile immaginare quanto esigui dovessero essere i margini di collaborazione fra questi ultimi e coloro che guardavano invece a Filippo Turati. Gli uni convinti che «il nuovo sindacalismo cresciuto sotto le ali tutelatici della frazione rivoluzionaria del partito socialista, combatte da noi le federazioni, le alte quote, la mutualità la disciplina sindacale; sdegna le conquiste graduali; fa l’apologia delle Camere del Lavoro, combatte l’azione parlamentare, propugna lo sciopero generale»17. Gli altri altrettanto convinti che 

«vi sono due modi di condurre l’azione, due diverse politiche […] l’una di queste ripudia dalla partecipazione di ogni politica che non sia la politica del cataclisma e della insurrezione, compiacendosi di un verbalismo antiquato, confidando in un rimescolamento che debba avvenire non per opera assidua e paziente di graduale trasformazione; l’altra invece non crede ai miracoli delle palingenesi sociali, relega le insurrezioni e i colpi di mano fra i ferrivecchi del lontano passato, rifugge dalla posa istrionica e dall’atteggiamento demagogico, ma guarda con pacata obiettività al complesso delle questioni e ricerca e approfondisce ed elabora con la tenacia che gli deriva dal convincimento profondo che soltanto così il quarto stato compie la sua rivoluzione. A tale azione si uniforma la grande maggioranza del proletariato italiano. […] a questa seconda azione chiediamo continui ad uniformarsi la Federazione italiana dei lavoratori del legno»18. 

Per quanto concerne i cattolici, a ostacolare anche la semplice prospettiva dell’unità d’azione con le altre organizzazioni vi era il fatto che iscritti e dirigenti delle strutture sindacali socialiste a tutti i livelli rifiutavano di accogliere nelle loro fila o di collaborare anche negli organismi di base con i lavoratori cattolici. Decisivo era, infatti, il rifiuto di considerarli possibili alleati nelle battaglie del lavoro, essendo fermamente convinti di una loro genetica incapacità a partecipare, con la necessaria determinazione, alla difesa degli interessi dei lavoratori. 

A parte tutto ciò, credo che la ragione principale che spiega la nascita e il successivo sviluppo di un’organizzazione sindacale ‘bianca’ parallela sia da vedere da una parte, nella dichiarata inconciliabilità con il socialismo marxista, come insegnava chiarissimamente la Rerum novarum; dall’altra, nell’atteggiamento duramente ostile alla Chiesa, che, proprio relativamente alle questioni del lavoro e del ruolo del sindacato, era considerata alleata dei ‘padroni’. Di riflesso, ai lavoratori che non nascondevano la loro appartenenza a quella Chiesa, non si riconosceva legittimazione alcuna a intraprendere qualsivoglia azione in difesa del lavoro, e a essi era preclusa anche l’appartenenza alle strutture sindacali di matrice socialista, nonostante le ripetute affermazioni, chiaramente strumentali, secondo le quali l’iscrizione a quelle strutture sarebbe avvenuta a prescindere da ogni appartenenza religiosa, culturale o politica19. 

D’altra parte, come osserva Vincenzo Saba, era davvero difficile che i lavoratori cattolici potessero accettare il dominio del pensiero marxiano e le prospettive di rivoluzione sociale (che era poi il traguardo da raggiungere, presto o tardi), perché avrebbe significato la subordinazione dell’azione sindacale all’azione politica e, soprattutto, la condivisione di una prospettiva tutta culturale «connessa al dottrinarismo con cui si pensava di applicare astrattamente e librescamente gli ideali permanenti e storici di ricomposizione sociale alla realtà emergente del conflitto industriale»20. 

Il movimento sindacale italiano, dunque, era pluralista. Ma, se si guarda alla distribuzione del consenso fra i lavoratori, è più vicina alla realtà l’affermazione del carattere duale del movimento stesso: un robusto sindacato di matrice socialista con le sue varianti interne e un più esiguo sindacato ‘cattolico’. Sicché si può convenire con Alceo Riosa quando, con riferimento alle fondamenta ideali di ciascuna delle due componenti, scrive che «dottrina sindacale cristiana e ideologia socialista hanno parimenti svolto un ruolo di aggregazione, anche se ciascuna con esiti diversi»21. 

In verità, le strutture di base del sindacalismo ‘bianco’ non erano poi tanto irrilevanti se si considera che, alla fine del 1904, erano in attività 166 leghe con 60.000 iscritti. Si trattava, però, di qualcosa di molto distante dal numero di leghe e di iscritti delle organizzazioni socialiste. Basterà infatti ricordare che nel 1901, al momento della costituzione della Federazione nazionale dei lavoratori della terra, furono presenti i delegati di 724 associazioni con 152.000 iscritti22. 

Per spiegare la diversa consistenza dei due movimenti sindacali bisogna considerare una specie di autolimitazione dei cattolici a ritagliarsi una presenza e a concentrare le iniziative per la creazione di strutture sindacali nei luoghi e nei settori produttivi potenzialmente favorevoli a raccogliere le adesioni dei lavoratori lontani dalle posizioni dei socialisti. Ma neppure si possono ignorare le discriminazioni patite dalle organizzazioni cattoliche, escluse, di fatto, dalla partecipazione alle attività di alcuni organismi creati dallo Stato proprio per trattare la materia del lavoro. 

Tali discriminazioni furono attuate nel primo Novecento e nel primo dopoguerra in riferimento al funzionamento del Consiglio superiore del lavoro, un organo creato, come noto, nel 1902, per l’esame delle questioni concernenti i rapporti tra capitale e lavoro, per lo studio di provvedimenti atti a migliorare le condizioni dei lavoratori, per l’elaborazione di pareri su disegni di legge concernenti il lavoro. Nel primo Novecento la discriminazione ai danni della componente cattolica si manifestò con una manovra, peraltro riuscita, «tendente ad escludere da ogni forma di rappresentanza gli esponenti del movimento sociale cattolico» e, del pari, con una modifica della legge istitutiva del Consiglio, e del regolamento connesso, nella prospettiva che fosse demandato «alla Federazione delle Camere del Lavoro e alla Federazione delle Federazioni professionali di lavoratori [organismo inesistente con quel nome] il diritto di nomina dei propri rappresentanti nel Consiglio superiore del lavoro»: con la conseguenza, evidente, di perpetuare il monopolio della rappresentanza dei lavoratori in un consesso che avrebbe dovuto essere, invece, aperto a tutti. Sicché, come ha scritto Mario Abrate, il Consiglio superiore del lavoro anziché essere una specie di parlamentino del lavoro «si trasformò ben presto in una dépendance della Confederazione generale del lavoro»23. E nel dopoguerra la discriminazione si manifestò quando Francesco Saverio Nitti confermò ‘l’esilio’ dei cattolici perché Claudio Treves era contrario all’ingresso nel Consiglio del lavoro di un rappresentante del sindacato ‘bianco’24. Infine, una terza esclusione fu operata da Giovanni Giolitti nel 1920, quando rifiutò di inserire nella commissione incaricata di predisporre un disegno di legge per l’introduzione del controllo operaio nelle aziende un rappresentante della Confederazione italiana dei lavoratori (Cil), nonostante la consistente massa dei suoi iscritti25. 

A spiegare, almeno in parte, tutto questo, vi è la questione della ‘confessionalità’, che continuava a ostacolare, più o meno pretestuosamente, l’azione dell’organizzazione ‘bianca’. Intesa come volontà di rapportare la politica sindacale alla dottrina sociale della Chiesa e di fare dell’appartenenza alla Chiesa stessa e, più in generale, della condivisione dei valori da essa affermati motivo di esclusione dei lavoratori, la posizione di autorevoli protagonisti del movimento cattolico era abbastanza chiara, anche se non condivisa da tutti. Se da un lato Giuseppe Toniolo ricordava, nel 1904, che «il fine ultimo inscindibile» era di «educare cristianamente il popolo», dall’altro egli però era del parere che, relativamente all’inclusione dei lavoratori nelle strutture, si dovesse agire «con tutta quella varietà e larghezza di accorgimenti e d’espedienti ed entro quei limiti di prudenza che la necessità e le circostanze di tempo e di luogo consentono ed impongono; e ciò negli stessi contatti con le Camere del lavoro socialistiche». E lo stesso Luigi Sturzososterrà, nel 1907, che «ove nessuna organizzazione professionale esiste» la si deve promuovere, ma «con la massima larghezza di criteri, in modo che accolga tutti i lavoratori e ne rappresenti tutti gli interessi»26. 

Le difficoltà delle leghe ‘bianche’ di trovare un loro spazio d’azione erano, comunque, oggettive. Non di meno cresceva la loro capacità di acquisire consensi fra i lavoratori di molti settori produttivi, industrie comprese27. Si è detto delle 166 leghe con circa 60.000 iscritti nel 1904. Dieci anni dopo le leghe erano diventate 636 e gli iscritti 103.300. Particolarmente significativo il successo riscosso nelle campagne giacché, alla vigilia della guerra, la componente ‘agricola’ delle strutture sindacali bianche, con 298 leghe e 63.000 iscritti, costituiva il 13 % del totale dei lavoratori sindacalizzati, quando nell’industria la quota delle leghe ‘bianche’ sul totale non superava il 9% (338 leghe con 40.000)28. 

Riosa conferma che «specialmente tra il 1910 e il 1914, il sindacalismo cattolico si diffuse in zone e in settori sociali appena scalfite dal sindacalismo socialista: nel settore industriale tra la manodopera maschile e femminile non qualificata adibita a lavori di manovalanza, più soggetta alla precarietà del posto di lavoro, in prevalenza costretta all’emigrazione stagionale tra campagna e città». E difatti una rilevazione, di pochissimo precedente a quella citata, evidenziava che dei circa 38.000 iscritti nelle leghe ‘industriali’, 29.700 erano occupati nelle industrie tessili, gli altri essendo ripartiti in una decina di settori29. Ed è lo stesso autore a rilevare che «il seguito più consistente il sindacalismo bianco lo conquistò nelle campagne, tra le categorie di lavoratori agricoli non bracciantili: alle roccheforti delle campagne lombarde e della Sicilia si aggiunsero il Veneto, dove nel 1910, fu dato vita al Sindacato veneto dei lavoratori della terra»30. 

In conseguenza del fatto che l’economia italiana stava attraversando una fase di espansione e di trasformazione strutturale e che l’organizzazione sindacale aveva assunto una notevole consistenza e si era consolidata, le retribuzioni avevano ottenuto importanti incrementi ed era aumentata l’occupazione industriale. Si stima che le retribuzioni giornaliere dei salariati agricoli e degli operai delle fabbriche siano cresciute, nel primo decennio del Novecento, del 30-40%31. 

Così anche al pur minoritario sindacato ‘bianco’ va accreditato un suo specifico contributo al miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori dipendenti, ignorando il quale sarebbe difficile spiegare il successo degli anni successivi, sino alla Prima guerra mondiale e oltre. 

Una spinta considerevole all’irrobustimento di tutta l’organizzazione venne, negli anni del conflitto, dall’eccezionale aumento della produzione industriale, determinato dal formidabile incremento della domanda di materiale bellico. Una condizione, questa, comune a tutti i paesi impegnati direttamente o indirettamente nel conflitto, ma particolarmente impegnativa per l’Italia. 

Per il nostro paese, infatti, si trattò non soltanto di una forte crescita quantitativa ma anche di un allargamento della preesistente gamma dei prodotti, allargamento favorito dal venir meno delle forniture dall’estero, che impose una pronta risposta dell’industria nazionale chiamata a cimentarsi nella fabbricazione di merci la cui domanda era sempre stata soddisfatta dalle importazioni. Attraverso questa via, si realizzò un cambiamento dell’apparato produttivo che ne modificò i caratteri così profondamente che nemmeno la grave crisi della transizione dalla guerra alla pace riuscì a cancellare. 

Di conseguenza, per quanto concerne l’occupazione, vi fu un imponente aumento dell’occupazione industriale, specialmente della componente femminile nei settori tradizionalmente coperti da lavoratori, aumento che influì a sua volta sulla consistenza numerica dei lavoratori organizzati. 

Un contributo importante alla ‘maturazione’ dell’esperienza sindacale fu esercitato dalla legislazione di guerra, perché ne uscirono allargate le attività propriamente sindacali, e non solo in termini quantitativi. Infatti, l’assoluta necessità di non ostacolare la produzione con astensioni dal lavoro, se non bloccò totalmente il ricorso allo sciopero32, moltiplicò, in misura mai sperimentata sino ad allora, il ricorso alle procedure di conciliazione, che, in un modo o in un altro, mobilitarono le rappresentanze dei lavoratori chiamate ad affrontare questioni del tutto estranee al tradizionale lavoro sindacale, se non altro come modo di affrontarle. 

Lo testimonia il discorso del segretario generale della Fiom al congresso di Roma del 1918. Si riconobbe, infatti, che i comitati per la mobilitazione industriale «hanno fatto fare agli industriali e agli operai un buon passo […] hanno dato a noi una più profonda conoscenza delle ragioni degli industriali, ci hanno abituati a considerare più seriamente il problema della gestione dei mezzi di produzione e hanno infine obbligato gli industriali a non valutare più il lavoro come un elemento secondario e trascurabile della produzione stessa»33. 

Ma, negli anni della guerra, erano avvenuti due fatti destinati ad assumere grande rilevanza negli anni della transizione e a incidere profondamente sull’azione sindacale e sui rapporti di lavoro, oltre che sulla situazione politica. Il primo aveva interessato il mondo rurale, dal quale, come sappiamo, proveniva gran parte dell’esercito combattente. È ben noto come ai soldati-contadini, dopo il disastro di Caporetto, fosse stata promessa una riforma attesa da decenni, quella della proprietà fondiaria, da pensare nella prospettiva della formazione di una proprietà diretto-coltivatrice e a ‘spese’ della grande e grandissima proprietà, latifondista e non. Il secondo aveva riguardato prevalentemente i lavoratori dell’industria, i cui salari reali avevano subito una decurtazione consistente, ancorché diseguale fra i lavoratori dei diversi settori produttivi, perché, al crescere dei prezzi dei generi e specialmente di quelli di base, non era corrisposto un aumento delle retribuzioni che lo compensasse. Inoltre, l’andamento dei profitti, dei redditi e delle rendite delle altre categorie economiche in confronto alla dinamica dei prezzi era stato di segno opposto a quello del lavoro dipendente, e questo aveva creato sacche di privilegio sostanzialmente immuni dai sacrifici patiti dalla moltitudine. 

Con la fine della guerra si aprì una fase di transizione davvero difficile da superare. La caduta della domanda di materiale bellico innescò una crisi a scala internazionale che, tra la fine del 1919 e la metà del 1921, colpì quasi tutte le economie e che fu particolarmente grave per l’Italia. Si trattava non solo della difficoltà di sostenere la concorrenza internazionale e di trovare una compensazione delle politiche protezioniste dei vecchi e dei nuovi paesi nati dal riordinamento che i paesi vincitori avevano stabilito a Versailles per l’Europa, ma anche di come sostituire la scomparsa domanda bellica, vista l’impossibilità di surrogarla con quella interna, strutturalmente debole perché basso era il potere d’acquisto del mercato ‘domestico’. 

Era una situazione dalla quale non era facile uscire a motivo della sostanziale debolezza dell’economia e, specialmente, della sua componente industriale, incapace di trovare un nuovo equilibrio dopo gli anni fruttuosissimi del conflitto. A complicare le cose contribuiva, e non poco, una dissennata politica fiscale che, mentre non aveva inciso con la dovuta severità tassando gli elevati profitti delle imprese impegnate nelle forniture pubbliche quando essi erano stati conseguiti, aveva aperto un contenzioso proprio nella fase della difficile transizione, quando, oggettivamente, non c’era più nulla da tassare, anche perché buona parte degli utili era stata distribuita o impiegata più o meno provvidamente. 

E va tenuta in debito conto anche la totale mancanza di ogni considerazione per le proposte che la Commissione pel dopoguerra – poderosa per la quantità e la qualità dei suoi membri – aveva fatto in ordine non solo alle politiche economiche e sociali ma anche alla riorganizzazione dello Stato, proposte che certamente avrebbero offerto alla classe politica materiali e indicazioni sui quali fondare politiche appropriate e rispondenti alle effettive necessità del paese34. 

A tutto questo si aggiunsero le rivendicazioni dei lavoratori dell’industria e dell’agricoltura, sicché le imprese furono sottoposte alla pressione dei lavoratori, decisi non solo a ostacolare i licenziamenti determinati dal persistente, basso livello di produzione ma anche a recuperare il potere d’acquisto dei salari che l’inflazione del periodo bellico aveva decurtato. 

La mancata soluzione dei problemi, dovuta in molta parte all’instabilità del quadro politico – tra il 1919 e il 1922 ben sei governi si alternarono alla guida del paese – determinò l’innalzamento della tensione sociale, che raggiunse livelli straordinariamente elevati. Il movimento sindacale si trovò impegnato a gestire una situazione resa più complessa dalla tendenza a radicalizzare i conflitti di lavoro in funzione di obiettivi politici e soprattutto dell’obiettivo, che sembrava concretamente raggiungibile, della rivoluzione sociale, come suggerivano la vastità dei moti bolscevichi in tutta Europa e gli esiti della rivoluzione in Russia. 

Un buon indice dell’asprezza raggiunta dal conflitto sociale in quegli anni è dato dall’andamento degli scioperi, saliti dai 1.871 del 1919 ai 2.070 dell’anno successivo, scioperi che coinvolsero da 1,8 a 2 milioni di lavoratori nell’arco del biennio35. Si trattava di agitazioni fondate su motivazioni di carattere economico ma non prive di ‘ragioni politiche’ e, in ogni caso, s’inserivano «in un clima politico e sociale in cui i problemi della mobilitazione interna e i richiami rivoluzionari provenienti dall’estero non [fecero] che rendere più esplosiva la situazione e meno facile la ricomposizione dei conflitti nell’ambito di una logica non rivoluzionaria»36. 

E proprio sul finire della guerra fu costituita la Confederazione italiana lavoratori, che va considerata, a un tempo, punto d’arrivo di un’esperienza ormai ventennale37 e punto di partenza per un movimento sindacale più efficace nell’azione e più efficiente nelle sue componenti e strutture. 

La decisione di creare un organismo di questo tipo derivava dalla necessità di rafforzare l’organizzazione del sindacato come condizione per la sua capacità di perseguire, con il massimo di risultati positivi, gli obiettivi di tutela e promozione dei lavoratori, cosa che il processo di maturazione del movimento sembrava del resto consentire. Giovanni Battista Valente, che del sindacalismo ‘cattolico’ delle origini fu un protagonista, forte dell’esperienza maturata in Germania, riteneva infatti che 

«alla vaga, inconsistente formula delle unioni professionali di carattere locale del periodo del Toniolo e del periodo democratico-cristiano si veniva contrapponendo nella coscienza dei cattolici, il principio dei sindacati nazionali di categoria, il più possibile centralizzati, cioè organizzati intorno ad un centro dinamicamente attivo»38. 

Quasi contemporaneamente si chiarì la questione del rapporto fra religione e azione sindacale partendo dall’affermazione che «la nostra organizzazione […] si considera non confessionale», ma con l’aggiunta che con ciò «non intende affatto […] dirsi o considerarsi fuori della direttiva cristiana o cattolica applicata ai problemi sociali»39. 

La Cil testimoniava i progressi compiuti dal punto di vista della capacità di aggregazione dei lavoratori. Già nel 1917 si calcolava che i lavori organizzati nei sindacati ‘bianchi’ fossero circa 250.000, dei quali 29.000 nel sindacato tessile, 5.000 fra i ferrovieri, 5.000 fra i metallurgici, 2.000 fra gli addetti alle poste oltre ai mezzadri, ai piccoli affittuari e ad alcune altre categorie industriali e dei servizi40, sicché l’anno successivo aderirono alla nuova confederazione 10 federazioni nazionali e 25 uffici del lavoro. 

Interpretando Valente, si può dire che le ragioni della nascita della Cil fossero per un verso le stesse che avevano portato, nel 1906, alla fondazione della Confederazione generale del lavoro (Cgdl), ossia l’evidente necessità di coordinare e guidare l’azione dell’universo sostanzialmente sparpagliato delle federazioni. Ma per un altro verso la Cil può essere considerata l’emergere della consapevolezza che non fosse più adeguato e coerente con le trasformazioni, anche culturali, intervenute negli ultimi dieci anni il riferimento all’Unione economico sociale. Del resto, lo stesso presidente dell’Unione, Carlo Zucchini, che aveva assunto la guida dell’azione sociale, sindacato compreso, si era espresso, proprio nel 1917, a favore della costituzione di una Confederazione nazionale dei sindacati41. 

Credo però che la nascita della Cil vada anche considerata una delle manifestazioni conclusive del lungo, tormentato e difficile percorso di rientro dei cattolici, come realtà collettiva organizzata, nella vita politica e nelle istituzioni del paese – un percorso segnato dall’elezione dei cattolici-deputati, dall’inserimento di Meda nel governo Bosellinel 1916, dalla fondazione del Partito popolare nel 1919, della Confederazione delle cooperative nel 1920 e dell’Università Cattolica l’anno seguente, visto che padre Gemellil’aveva creata per preparare giovani laureati destinati a operare per contribuire, come cattolici, al miglioramento generale del paese. 

Il sindacato di cui la Cil era espressione intendeva caratterizzarsi per la più rigida autonomia dai partiti politici, per l’ispirazione dottrinale sindacal-cristiana, per l’assenza della pregiudiziale rivoluzionaria sovversiva, per un uso ragionevole dello sciopero, per una politica economica orientata al sostegno della produzione nazionale e infine per l’attenzione «allo sviluppo e alla polarizzazione delle forme private ed autonome di proprietà e produzione» piuttosto che all’estensione del «collettivismo di stato»42. Sotto il profilo dei contenuti dell’azione, gli obiettivi di maggior significato, a parte quelli tradizionali, erano l’estensione delle assicurazioni sociali, la lotta al carovita, l’introduzione del probivirato in agricoltura come forma di conciliazione dei conflitti di lavoro, la parità delle retribuzioni uomo-donna, l’obbligatorietà del riposo festivo, l’eliminazione del lavoro minorile, la diffusione dell’istruzione come pure la riduzione delle ore di lavoro. 

Certo è che la Cil, subito dopo la sua fondazione, dovette affrontare i drammatici problemi connessi all’occupazione delle terre e delle industrie e, più in generale, le turbolenze del ‘biennio rosso’. Ma un sindacato che aveva dimostrato, sin dagli inizi, la volontà di non radicalizzare la lotta in difesa degli interessi dei lavoratori, cercando, come s’è detto, la via della risoluzione concordata delle controversie; un sindacato che rifuggiva dal condividere, per ragioni ‘genetiche’, l’idea della lotta di classe, non solo non era nella condizione di mutare le tendenze in atto e, meno che mai, di esercitare una qualsiasi funzione se non di guida, almeno di orientamento dell’intero movimento italiano, ma i suoi iscritti dovevano anche subire le violenze dei ‘rivoluzionari’ fra l’indifferenza sostanziale delle autorità e degli imprenditori, come ha documentato benissimo Alfredo Canavero43. 

D’altra parte, la matrice ‘cattolica’ che la Cil si portava addosso non favoriva certo il realizzarsi, anche in via di pura ipotesi, dell’idea di condizionare gli altri sindacati, anche se la sua attività non aveva subito condizionamenti di sorta, com’è dimostrato dal funzionamento di alcune importanti federazioni, quella dei tessili o dei metalmeccanici, totalmente ‘altro’ rispetto alla Chiesa e alla gerarchia44. 

Ciò che alla Cil non riuscì – perché non poteva riuscire – riguarda la possibilità di influenzare l’intero movimento. Riuscì invece alla perfezione il disegno di ottenere il massimo di consenso dei lavoratori. Infatti, gli anni della transizione furono anche di straordinaria crescita del sindacalismo ‘bianco’. Nel 1920, rispetto ai quasi 2 milioni di iscritti alla Cgdl, la Cil, allora diretta da Gronchi, associava 1.179.000 lavoratori tra i quali figuravano 740.000 mezzadri e piccoli affittuari, 108.000 piccoli proprietari, 95.000 salariati agricoli, 131.000 tessili, 15.000 metallurgici, 24.000 ferrovieri, 13.000 lavoratori del legno, 13.000 statali e 7.500 edili45. 

Aveva giovato al sindacato ‘bianco’ l’atteggiamento moderato dimostrato nei momenti più aspri del conflitto sociale e, specialmente, la totale estraneità agli episodi di estremismo rivendicativo e alle agitazioni pseudo-rivoluzionarie del ‘biennio rosso’ che avevano rivelato la loro matrice prevalentemente politica. Così, a distanza d’un paio d’anni dalla nascita, un autorevolissimo protagonista del movimento sociale cattolico,Alessandro Cantono, poteva osservare che «finalmente le opere nostre professionali si sono imposte e cominciano ad essere considerate dal governo, dai padroni, dai socialisti»46. 

Forse questo successo contribuì a convincere Benito Mussolini e i suoi che la vittoria del movimento fascista e delle forze che lo appoggiavano si sarebbe conseguita anche depotenziando il movimento sindacale, ma non nella componente radicale e rivoluzionaria bensì in quella moderata e democratica, come erano la Cil e una parte della Cgdl. E per depotenziare un sindacato ‘libero’ sarebbe bastato privarlo dell’arma più efficace a sua disposizione per l’esercizio concreto dell’azione di difesa e il miglioramento delle condizioni complessive dei lavoratori, ossia escluderlo dalla possibilità di stipulare contratti collettivi di lavoro. 

Questo fu esattamente quel che accadde. L’esclusione fu parte di un disegno che vedeva la sostituzione dell’esistente con un nuovo modello di sindacato, di cui Edmondo Rossoniillustrò le caratteristiche fondamentali: «i sindacati sono fascisti, cioè si confondono col partito, col governo, con lo Stato, col regime, cioè con la rivoluzione fascista: quindi nei sindacati non si potrà mai fare azione contraria al regime e alla rivoluzione»47. Al sindacato fascista furono assicurate, in cambio della totale perdita di autonomia, alcune prerogative che, non tanto sorprendentemente, saranno persino apprezzate quando l’Italia diventerà «una repubblica democratica fondata sul lavoro». Infatti, l’iscrizione al sindacato divenne obbligatoria e ai contratti collettivi di lavoro stipulati dai sindacati fascisti fu riconosciuta la validità erga omnes. Inoltre, furono assicurate ‘leggi di sostegno’ sovente destinate, peraltro, a sostituire la libera contrattazione degli aspetti normativi ed economici del rapporto di lavoro48. 

Nell’attesa che il modello di organizzazione fascista del sindacato si realizzasse, ai sindacati fascisti fu riconosciuta, dal governo e dalle organizzazioni dei datori di lavoro, l’esclusività della rappresentanza che voleva dire il monopolio della regolamentazione dei rapporti di lavoro e della contrattazione in particolare. È il noto patto di Palazzo Vidoni, firmato il 2 ottobre 1925 dalla Confederazione degli imprenditori e dalla Confederazione delle corporazioni, con il quale i due organismi si davano reciproco riconoscimento dell’esclusività della rappresentanza dei rispettivi associati49. 

Privati della possibilità di contrattare, non restò altra via che l’autoscioglimento. Achille Grandi, il più autorevole rappresentante del sindacato ‘bianco’, lo annunciò rifacendosi a s. Paolo «ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede».